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martedì 1 marzo 2011

I pastorali irlandesi




Il pastorale irlandese, o bachall, rappresenta molto bene il grado di raffinatezza raggiunto dagli artigiani dell’isola durante i secoli dell’Alto Medioevo. Ne sopravvivono una cinquantina, in vario stato di conservazione, dall’eccellente pastorale di Clonmancloise ai singoli frammenti provenienti da Inchbofin Island, Co.Westmeath. Esso origina dal bastone del pastore, strettamente legato all’immagine di Cristo. I pastorali irlandesi si differenziano dai loro analoghi della Chiesa continentale soprattutto nella forma della “testa”: invece di formare la classica voluta, si incurva a formare un’ansa uncinata, con una breve appendice all’estremità. In molti casi quest’ultima parte fungeva da contenitore per reliquie. Vi sono testimonianze archeologiche di oggetti assai simili anche in Scozia ed in Galles. Il pastorale irlandese,lungo un metro o più, venne realizzato a partire dall’ottavo o nono secolo, sino alla fine del dodicesimo. Era indubbiamente un manufatto che rispecchiava l’elevato status ecclesiastico di chi lo possedeva. Giraldus Cambrensis, che scrive nel tardo dodicesimo secolo, ci informa che gli uomini di chiesa serbavano una tale reverenza per il pastorale , tanto da riservare severe punizioni per colui che non vi dimostrasse rispetto. Anche se la produzione cessò proprio negli anni in cui scriveva Giraldus, i pastorali continuarono ad essere usati, riparati e nuovamente decorati sino al tardo Medioevo. Il più venerato era il Bachall Iosa, o Bastone di Cristo, donato secondo la tradizione da Dio a S. Patrizio. Esso viene menzionato per la prima volta nel 784, quando venne profanato assieme alle reliquie del santo durante un’assemblea a Rath Airthir. Continuò ad essere costantemente citato nelle fonti sino al 1538, quando l’Arcivescovo Brown di Christchurch, Dublino, lo bruciò pubblicamente ritenendolo oggetto di superstizione.
Il pastorale irlandese è costituito da un’anima in legno, sulla quale vengono montate strutture metalliche, solitamente fogli di bronzo piegati in forma tubolare, uniti da sottili strisce e connessi tramite elementi cilindrici o biconici realizzati in fusione. All’estremità inferiore del bastone è fissato un puntale bronzeo, mentre all’apice è applicata la testa, della quale esistevano due metodi di costruzione: il primo consisteva nell’assemblaggio di due emi-sezioni. Queste venivano unite da una striscia metallica in corrispondenza della curvatura interna e dalla cresta decorata posta nella parte superiore. L’appendice per le reliquie veniva realizzata separatamente in un unico pezzo e fissata successivamente. L’altro metodo prevedeva la fusione di un solo elemento, poi fissato in corrispondenza della curvatura esterna mediante la cresta. I due sistemi vennero usati indifferentemente sino al dodicesimo secolo. Talvolta la parte frontale dell’appendice aveva un coperchio, aprendo il quale si poteva accedere alle reliquie. I pastorali irlandesi presentano tre o quattro elementi di giunzione: uno era sempre posto immediatamente sotto la testa, l’altro in corrispondenza del puntale; gli altri, uno o due, erano fissati lungo il bastone. Sembra che in molti casi l’anima in legno non entrasse a far parte della testa, ma terminasse immediatamente al di sotto di essa. Ciò permetteva di ottenere un pastorale più leggero nella parte superiore, mantenendo il peso centrato verticalmente per tutta la sua lunghezza quando veniva innalzato.
La decorazione è
spesso limitata alla testa, al puntale e agli elementi di giunzione. Le strisce applicate potevano recare iscrizioni. Mentre per le strutture metalliche era largamente usato il bronzo, per le decorazioni, fuse o intagliate, si adoperavano foglie d’oro e d‘argento, filigrana, bottoni in vetro, smalto, pietre semi-preziose, millefiori, intarsi in argento o in niello.
Il pastorale di Clonmancloise è uno degli esemplari più belli: esso è formato dalla testa e da un’asta, entrambe in bronzo, con tre elementi di giunzione di forma biconica, riccamente ornati con motivi astratti e animali fantastici.
Caratteristica espressione del “Dublin Style”, di derivazione iberno-norvegese (noto anche come”ringerike”) fu probabilmente realizzato nella capitale. Prodotto nell’undicesimo secolo, subì alcune rielaborazioni nel quindicesimo; notevole il decoro della testa ( ottenuto mediante intarsi in argento contornati da decorazioni in niello) consistente in figure zoomorfe, draghi o serpenti, intrecciate a formare complesse volute a forma di 8. La cresta è formata da una processione di cani, fortemente stilizzata e fusa in bronzo. La figura del vescovo che uccide il mostro col bastone fu aggiunta nel tardo Medioevo.
Il pastorale di Lismore risale al 1100 e fu trovato nel 1814 a Lismore Castle assieme ad un manoscritto del quindicesimo secolo. Il nome dell’artigiano e quello del vescovo che lo commissionò sono entrambi incisi in una striscia, immediatamente al di sotto della parte superiore. La testa è ornata sui lati da perline di vetro blu con inserti millefiori rossi e bianchi.
La cresta, costituita da tre animali, fu realizzata secondo lo stile detto “urnes”, il cui nome deriva dalle sculture dell’architrave e dei pilastri di un portale della chiesa di Urnes, in Norvegia. In altri due esemplari, di cui rimangono solo frammenti, un anello di bronzo era attaccato al puntale.
Questo, quando il pastorale veniva agitato, produceva un rumore metallico. L’unica spiegazione che giustifichi la presenza dell’anello potrebbe risiedere in antichi rituali cristiani che prevedevano l’uso di piccole campane associate ai pastorali, come risulta evidente dalle sculture di White Island, Co.Fermanagh, ove i due oggetti rappresentano le insegne di una figura ecclesiastica. Secondo la credenza tradizionale, i pastorali erano contenitori all’interno dei quali venivano conservati i bastoni appartenuti ai santi. Nella maggior parte dei casi l’anima in legno fungeva semplicemente da sostegno per la struttura metallica, ed essendo coeva a quest’ultima, non è considerata una reliquia.
Archeologicamente parlando, non potremo averne conferma sino a quando non verranno esaminati tutti i pastorali irlandesi che ancora conservano la parte lignea. Nel caso del pastorale di S.Dympna, la porzione inferiore è andata perduta, esponendo così una sezione dell’asta di legno. Tale sezione ha un diametro inferiore rispetto alla struttura tubolare esterna, e per colmare lo spazio risultante venne inserito un altro pezzo di legno, opportunamente sagomato. Solo ulteriori indagini potranno dirci se si tratta di un espediente pratico di riparazione, o se il pastorale contiene davvero il sottile bastone appartenuto a S.Dympna. Da un punto di vista storico sappiamo che i pastorali svolgevano principalmente il ruolo di insegne ecclesiastiche, ma erano usati anche per la raccolta dei tributi, come talismani di guerra, per le cerimonie di giuramento, per curare e per lanciare anatemi. Essi sono giunti sino alla nostra epoca grazie ad un’antica tradizione di conservazione ereditaria: i pastorali non venivano seppelliti nelle tombe dei vescovi e degli abati, ma furono custoditi nei monasteri per molti secoli.
Un esemplare proveniente da Aghadoe, Co.Kerry, risalente al dodicesimo secolo e ricavato da una zanna di tricheco, suggerisce che altre tipologie di pastorali, simili a quelli in uso in Inghilterra e sul Continente, erano presenti in Irlanda nello stesso periodo; comunque, non è chiaro il motivo per cui la Chiesa irlandese ne usasse diversi tipi durante i primi anni del Medioevo. E’ possibile che essi fossero costruiti per rappresentare simbolicamente il bastone del santo patrono. Il pastorale forse rappresentava non solo la continuazione del potere del santo sulla Terra, ma anche quella del monastero a cui apparteneva. Le proprietà miracolose erano rafforzate dalla presenza delle reliquie contenute nella parte superiore: era un simbolo estremamente potente, e come tale venne impiegato dal clero del tempo.
Verso la fine del dodicesimo secolo cessò la produzione dei pastorali irlandesi. Gli esemplari esistenti continuarono ad essere usati, talvolta con nuove decorazioni tardo-medievali. Nonostante ciò, a partire dal tredicesimo secolo essi venero largamente rimpiazzati da quelli provenienti da Francia e Inghilterra. L’unico esempio della tarda produzione a noi noto è il superbo pastorale del vescovo di Limerick, realizzato nel quattordicesimo secolo in stile gotico inglese.

Alec Caprari

lunedì 10 gennaio 2011

Il simbolismo del sacro Drago

IL SIMBOLO DEL DRAGO
 
Il simbolo del drago rappresentato da più secoli nelle nostre terre, deriva dal serpente primordiale che rappresenta il caos e che viene collegato alla Dea Madre.
Solo col Cristianesimo questo simbolismo diviene l’espressione del male, in quanto non riuscendo a modificarlo o distruggerne il forte significato, si era preferito demonizzarlo.
Il Drago è sempre stato accomunato al simbolo di fecondità, di nascita e morte (inizio e fine).
Rappresentato nel medioevo dall’Ouroboros, serpente o drago che si morde la corda, motivo principalmente utilizzato nelle operazioni d’Alchimia, simbolo di trasmutazione della Materia bruta.
Esprime l’idea che la fine e l’inizio si compenetrano, fanno parte l’uno dell’altro, così che esprimono l’idea della trasformazione, dell’evoluzione, della Grande Opera Alchemica applicata sia alla materia bruta che all’Individuo.
Presso le popolazioni celtiche rappresentava la reminiscenza e la rappresentazione mentale.
Nonostante questa demonizzazione il drago lo troviamo spesso rappresentato sulle chiese cristiane, a partire dal Duomo di Milano e dal simbolo stesso dello stemma visconteo.
Nell’antica Europa, in tempi remoti, quando la cultura Celtica era ancora agli albori, il concetto di Vita era un processo continuo di interscambio fra mondo profano e mondo religioso; questo è significativo, perché ci fa capire come tutto fosse armonioso, e di come l’Uomo si rapportasse alla Natura, nella sua completezza. Tutto avveniva non in modo sentimentale, come avviene oggi, ma secondo le leggi interiori che appartengono anche al Cosmo: il microcosmo che "comunica" col macrocosmo. 
Un’indagine approfondita, quindi, non può scindere i due aspetti di una tradizione così antica. Spesso, si sente parlare dei Draghi, animali misteriosi e primordiali che un po’ ci incutono timore, ma nessuno ne comprende il vero significato: anch’essi fanno parte del nostro mondo, ma operano direttamente nell'astrale bianco. Per capirne le potenzialità dobbiamo immergerci ed arrivare fino al tempo degli antichi sacerdoti; tempo che ci conduce fin quasi all'origine della civiltà conosciuta. Si racconta che in origine i Druidi, appresero la loro arte magica nelle Isole a Settentrione del Mondo. Queste isole erano situate nell’Altromondo, oltre le Acque. 
Qui “… non c’è né terra, né acqua, né aria allo stato puro, ma una specie di miscuglio dei tre elementi, dove terra, acqua e aria sono mescolati come fossero tutti riuniti. L’Altromondo non è misurabile, è un eterno presente e un mondo di illusioni”. Il dio che governa queste terre è Crono (signore del Tempo); è assopito, poiché queste terre sono senza tempo. Il quinto elemento, il fuoco, non esiste ancora, e quindi “nulla può essere plasmato”. 
Tutto rimane inerte, in uno stato chiamato “del sogno eterno”. L’Irlanda, la Gran Bretagna, la Scandinavia, rappresentano l'immagine terrena di queste terre, il riflesso di uno specchio gigantesco. I Tuatha Dé Danann, popolo dell’età del bronzo, andarono nella regione Iperborea, ad imparare la magia, le scienze, il druidismo, la saggezza e l’arte, nelle quattro città principali: 
FALIAS – GORIAS – MURIAS – FINDIAS, 
ove risiedevano i quattro Druidi guardiani: MORFESA – ESRAS – UISCIAS – SEMIAS, 
trasmettitori di scienza e conoscenza. Al loro ritorno portarono quattro oggetti sacri: Da FALIAS la pietra di Fail (Lia Fail) (Terra), da GORIAS la lancia di Lugh (Aria), da MURIAS la spada di Nuada (Fuoco), e da FINDIAS il calderone di Dagda (Acqua). 
La parte finale “AS” significa “ESTERNO”, “AL DI FUORI”, e significa essere nel mondo senza tempo. È significativo che per giungere in queste terre, si debbano attraversare acque tempestose; queste, infatti, rappresentano l’interiorizzazione delle nostre emozioni (la Luna), e attraversarle significa andare incontro all’oblio; qui ci si deve scontrare con il “Guardiano della Soglia”, un drago minaccioso che punisce coloro che non sono ancora in grado di intraprendere questa via. 
Poiché precedono la forma, le acque rappresentano la Vita nel significato più alto del termine. Si può rimanere prigionieri della corrente che trascina dove vuole. L’acqua è quell’impulso che ci porta verso il basso, in uno stato passivo, e per vincerla si deve anteporre la parte attiva del nostro fuoco che indirizza la sua Volontà (quindi la propria Individualità), verso la Forza interiore. I druidi officiavano presso i nemeton (santuario, tempio) ossia le foreste, e all’inizio di ogni rituale proferivano queste parole: “Nemora alta remotis incolitis lucis” Abitate santuari profondi, in foreste remote. 
I luoghi prescelti erano centri particolarmente carichi di forza magnetica, uniti da una linea immaginaria (ma non tanto): gli omphalos. Mediolanum (Milano), che significa “centro di perfezione”, era collegata, ad esempio, a New Grange (Irlanda), Carnac (Francia), Stonehenge (Inghilterra) e a Delfi (Grecia). I draghi della tradizione celtica rappresentano i guardiani delle nostre potenzialità, e di quello che abbiamo “ereditato” da lontano. Questi ci permettono di avere una chiave in più per conoscere noi stessi. Sono lo specchio del nostro Cosmo interiore e rappresentano i “guardiani dei Templi”: 


Il DRAGO DI TERRA, rappresenta il Subconscio. LIA FAIL. OVEST NERO FOMHAR AUTUNNO PIOPPO BIANCO Equinozio d’autunno È il custode dei tesori nascosti nei tumuli sepolcrali, ed è ancora assopito, perché aspetta il risveglio della fine dei tempi. Rappresenta la coscienza che si sta risvegliando e il viaggio dell’anima tra una trasmigrazione e l’altra.
Il DRAGO D’ACQUA, rappresenta l’Inconscio. CALDERONE DI DAGDA. NORD BLU GEIMHEREACH INVERNO ABETE BIANCO Solstizio d’inverno È alla soglia dell’Altromondo, e ci guida verso il Mondo Sotterraneo. L’Inconscio che vede il sorgere della consapevolezza dei desideri irrisolti. Le potenzialità della psiche umana vengono sorvegliate dal drago, per impedirci di usarle in modo inappropriato. Simboleggia anche la trasmutazione e la profondità di sentimento.
Il DRAGO DI FUOCO, rappresenta l’Io, la Coscienza del Sé. SPADA DI NUADA. SUD ROSSO SAMHRADH ESTATE ERICA Solstizio d’estate È il Fuoco Interiore, NWYRE (Kundalini), che circola nei centri psichici del corpo umano (Chakra). È colui che ci risveglia al nuovo Cammino palingenetico. I poteri interiori sono pericolosi, pertanto questo drago ci appare minaccioso per metterci in guardia; dobbiamo risalire i gradini della piramide senza affrettare il passo. 
Il DRAGO D’ARIA, rappresenta la Super coscienza. LANCIA DI LUGH. EST VERDE EARRACH PRIMAVERA GINESTRA Equinozio di primavera Risveglia i livelli più alti della Coscienza e viene associato al Fulmine e al Tuono. Chi è alla ricerca dell’Illuminazione, riesce a trovarla, ma ad un livello superiore. L’Ispirazione è magica, perché ci mette a diretto contatto con l’Astrale. È il drago che ci può apparire anche nei sogni. Rappresentano le quattro Opere alchemiche della Nigredo, Viriditas, Albedo e Rubedo, egregiamente spiegate dal Gentili nel suo libro “La Luce di Kemi, le Fonti dell’Alchimia”, edito da Kemi Hator (Milano – ristampa del 1992). 
Questi Draghi sono a guardia dei loro tesori, e riuscire a vincerli, significa compiere la propria trasmutazione, la via palingenetica che porta all’equilibrio interiore. Compiere questo cammino è pericoloso, se non si è più che preparati. Vi sono 3 stadi principali (secondo gli antichi sacerdoti), che l’individuo deve superare durante il proprio cammino palingenetico: 
1. Fase di regressione o morte iniziatica, durante la quale ci si spoglia di tutti gli stereotipi della vita moderna, per apprendere le arti druidiche. 
2. Fase di rinascita, durante la quale ci si appropria delle conoscenze degli Avi. I Totem ci guidano alla contemplazione della Natura. 
3. Fase della rivelazione, durante la quale si completa la formazione iniziatica per procedere lungo il cammino palingenetico. I Draghi ci aiutano ad attraversarli, a patto che siano gli Uomini a volerlo, a porre la propria Volontà (superiore) al servizio del divino che risiede in ogni dove.
I quattro animali primordiali, a differenza dei draghi, rappresentano le ere terrestri e l’involuzione dell’Essere Umano, verso la materia. Anche se molti sono convinti del fatto che discendiamo dalla scimmia, la mitologia e le tradizioni di tutti i popoli della Terra, confermano il fatto che l’Uomo Primordiale, era in origine un dio, e che a seguito della sua discesa in terra, ha subito delle metamorfosi. Tutti parlano di sfere di pura energia, e le scimmie sono soltanto il tentativo, grossolano, di materializzazione di queste forze. Nel ciclo mitologico d’Irlanda, presente nel “LEBOR GABALA EIREANN”, si fa menzione di quattro stirpi di dei e semidei, che furono i fautori di queste ere. L’Uomo, in queste fasi, subisce delle “trasformazioni” simboleggiate dai Totem, da quelle forze rese manifeste e disposte al suo servizio. 

LE QUATTRO ERE: 

CERVO – (stirpe) NEMED – ETA’ DELL’ORO Origini. Spirito etereo, puro. Non possiede ancora l’Intelligenza né il Mentale. 
CINGHIALE – (stirpe) FIR BOLG – ETA’ DELL’ARGENTO FOMORI: potenza occulta della Natura. Materia ancora troppo sottile per avere una forma perfetta. Simboleggiano il magnetismo della materia bruta. FIR BOLG: Materia. I corpi sono giunti ad una materializzazione più spessa giungendo alla perfezione fisica. La parte sottile ha tuttavia ancora il sopravvento. 
FALCO – (stirpe) TUATHA DE’ DANANN – ETA’ DEL BRONZO Il mentale viene creato per unire lo spirito al corpo fisico ed energetico, dotando l’Uomo di Coscienza e Intelligenza. Vincono i Fomori, la parte energetica ed informe. SALMONE – (stirpe) FIGLI DI MILE – 
ETA’ DEL FERRO: L’Uomo è completo. 
La Materia manifesta va alla scoperta e alla conquista della terra. Si cerca di ritornare alla fonte, risalendo la spirale dei tempi, verso un ciclo anteriore ma ad un grado più elevato. Secondo la legge dell’evoluzione. Dopo i Milesi (figli di Mile), giunge in Irlanda S. Patrizio, l’indovino, il quale deve ritornare “a casa”, verso la fonte originaria, memore di tutte le sue esperienze fatte nelle precedenti ere.

Le strade percorse da millenni dai nostri antenati, sono rese oggi più difficili dalla nostra lenta ma inesorabile involuzione verso la materia. Questo non significa, però, che il nostro sia un cammino impossibile, anzi, possiamo affermare con assoluta certezza, che i tempi odierni vedono un campo più proficuo per ripercorrere le “strade dei Padri”, ricchi delle nostre esperienze passate: è un processo, anche questo, lento che però ci da la possibilità di ritornare "alla Casa del Padre". Dobbiamo faticare maggiormente, rispetto alle altre ere, ma altrettanto maggiori saranno i risultati che otterremo.

domenica 9 gennaio 2011

Le Streghe, queste sconosciute


Strega. Una parola, un nome che al giorno d'oggi incute timore e suscita il ricordo di grandi superstizioni, per lo più negative.
In realtà le Streghe erano figure antichissime di origine “pagana” celtica.
Bastava veramente pochissimo per essere definiti “Strii” o “Stròlech” “Strion”, come si pronuncia nelle parlate della Lombardia.
Solitamente erano donne anziane o giovani solitarie (ma a volte anche uomini) che vivevano al limitare dei boschi, spesso contadine che magari facevano le levatrici, conoscevano i segreti e le proprietà magiche delle erbe, e seguivano le vecchie tradizioni legate alla Natura e al ritmo delle stagioni.
Con l'avvento del Cristianesimo, in tempi di misteria e malattie contagiose, la Chiesa Cattolica, gli altri prelativ e i potenti dell'epoca, iniziarono a perseguitarle sempre più aspramente fino ad arrivare a bruciarle vive in nome di una negazione delle credenze pagane e della demonizzazione di queste figure che venivano ritenute figlie del maligno e quindi cattive. Accusandole di rovinare i raccolti, causare malattie, praticare la magia a scopi malvagi e rovinare le famiglie con incantesimi malefici, riuscivano ad incutere nelle persone grande paura e al contrario grande devozione alla Chiesa.
Tra il 1400 e il 1660 la “caccia alle streghe” aveva bruciato vive migliaia di persone innocenti.
Piano piano iniziò a diventare meno frequente fino a che non si estinse. In compenso, fanno ancora parte della collettiva superstizione, retaggio di queste antiche credenze suscitate dalla Chiesa: le vediamo nei film, raccontate nei libri e in tanti programmi TV, ed ancora nei boschi o in riva a qualche fiume dove si riuniscono per compiere riti segreti.
50 anni fa nacque in Inghilterra, la “Wicca” che deriva dal termine inglese “witch” ed è una sorta di nuova religione che si diffuse in America ed infine raggiunse anche l'Italia. La Wicca si ispira a molte credenze che la Chiesa condannava durante la caccia alle streghe, si basa sul principio che tutto è sacro ma non ha nulla di satanico.

Ma veniamo all'origine del nome.
In gaelico si chiama “Cailleach Bandraoi” (si pronuncia Calliah Banrui) con il significato di druidessa, saggia, maga e indovina.
Ma la Strega è viene anche associata ai poteri segreti della Luna – Gealach (ghialah) – che infonde in queste persone grandi poteri e infinite conoscenze dei cicli lunari legati alla Madre terra.
Sentainne (Scentann) vuol dire “donna anziana” ed è un'altra espressione per definire una Strega.
Da noi, in Lombardia, come detto più sopra, si chiamano “Strii” (Stria al singolare) e gli uomini “Stròlech” od anche “Strion”.
Ebbene, il nome deriva dal gaelico “Striòc” (sctriuk) che significa “percuotere con un bastone” e “carezza”, a significare l'atto sacro di percuotere la terra con un bastone di legno (solitamente quercia o nocciolo) per invocare i poteri benefici della Grande Madre e propiziarsi il migliore dei raccolti e la buona riuscita delle pozioni magiche per curare le persone. Atto che assomiglia più ad una “carezza” amorevole che una mamma fa al proprio bambino per fargli capire quanto lo ami, un atto d'amore verso la propria terra.

Ecco un'antica cantilena Milanese che meglio rappresenta questa figura ambigua:

“La sciora Teresa
l'è veggia, l'è brutta
l'è mezza distrutta
la dorma del dì.
De nòtt la va intòrna
la gira, la gola,
l'è semper lee sola
la porta el marì.
l'è denter in la tana,
l'è denter la Stria:
cascemmela via ?
Andemm, vegnì chì.
Sont minga inscì merlo,
la tana l'è scura
gh'hoo tròppa pagura !
La veggia l'è lì.
La Sciora Teresa
l'è in lett ammalada
l'ha faa ona cascada
l'ha ròtt el marì.
l'è dent in la tana
scottada, brusada
rabbiada, dannada
lassemela inscì.
La veggia bacucca
la pesta la zucca
la pesta la saa
la veggia del carnevaa”

 
A Milano si credeva che nella zona di via Quadronno fosse esistito un bosco fittissimo nel quale nessuno osava mettere piede o abitare perchè si credeva che lì le Streghe si riunivano per convegni e per compiere rituali magici.
Si diceva che nella “cà di tencitt” di via Laghetto, 2, abitasse una fattucchiera che di notte saliva sul tetto per parlare con altre streghe del Verziere. Poi, a cavallo delle scope, “brugh”, partivano per i loro “sabba” abituali.
In realtà si trattava di donne che erano ispirate a principi di dolcezza e dignità verso la Natura, il Sapere insegnato a tutti i praticanti perchè se ne possano servire per il Bene, nessuna asprezza ideologica tra gli uomini, armonia ed equilibrio tra gli Uomini e la Natura e nessuna ossessione del peccato.

lunedì 1 novembre 2010

Claddagh ring: l'anello nuziale irlandese

Il Claddagh Ring è un anello di fidanzamento irlandese, composto da due mani che tengono un cuore sormontato da una corona. Le mani simboleggiano l'amicizia, la corona è simbolo di lealtà e il cuore dell'amore. Questo anello deve l’origine del suo nome ad un villaggio di pescatori sulla Baia di Galway, in Irlanda, chiamato proprio "claddagh" (parola che in gaelico indica la sabbia rocciosa tipica di quella zona).
Il villaggio di Claddagh fu fondato nel 1232, e insediamenti di case furono presenti fino al 1934. Si trattava di una colonia molto unita, formata da persone orgogliose del loro passato e gelose della loro indipendenza.
Claddagh fu sempre governato da un capo noto nei secoli con diversi titoli: a volte era chiamato semplicemente 'the mayor' (il maggiore) o 'the admiral' (l’ammiraglio) della Baia di Galway, altre volte era chiamato in modo più solenne 'the King' (il re). La sua nave aveva vele bianche, che si distinguevano dalle barche dei pescatori con vele marroni o nere.
Gli uomini di Claddagh preferivano scegliere le proprie mogli nel loro villaggio, preoccupati di conservare le tradizioni locali.
Una di queste tradizioni – tra le più belle – era il Claddagh Ring.
I primi esempi di questo anello (in oro, argento e bronzo), sono dei veri e propri capolavori: alcuni di essi sono oggi in mostra presso il “National Museum of Ireland” a Dublino, e il “Victoria and Albert Museum” a Londra.

In Irlanda lo scopo per cui questo anello viene scelto è manifestato dal modo in cui l’anello viene indossato. Infatti, il Claddagh Ring può simboleggiare sentimenti diversi:

    * Amicizia/libertà: mano destra, con la punta del cuore rivolta verso le dita;
    * Matrimonio: mano sinistra, con il cuore puntato verso il polso;
    * Fidanzamento: mano destra con il cuore puntato verso il polso.
    * Rifiuto dell'Amore/Vedovanza : mano sinistra, con la punta del cuore verso le dita.

Per moltissime persone che hanno dovuto lasciare l’Irlanda durante la carestia del XIX secolo il Claddagh Ring è diventato l’unico legame duraturo con la propria patria e l’unica eredità familiare. È proprio nel periodo della carestia che l’anello cominciò a diventare popolare fuori dal Connemara, grazie all’esodo dall’ovest. In questo periodo divenne un prezioso ricordo delle origini della famiglia, un simbolo del legame con il passato, passando da madre in figlia primogenita per secoli.
Accanto al Claddagh Ring, esiste un altro anello, chiamato “Fenian ring” e risalente a circa duecento anni fa, caratterizzato dalla presenza di due mani e due cuori, senza corona. Tale anello rappresenterebbe la battaglia per la Repubblica d’Irlanda, anche se, comunque, il Claddagh Ring tradizionale è sempre rimasto il modello vero e proprio (con la corona a simbolo della lealtà, in ricordo del Regno Irlandese e dell’eredità britannica).

Vi sono moltissime leggende nate attorno al Claddagh Ring.
Una tra le tante, parla di un re innamorato di una giovane contadina, ma da lei non corrisposto. Il povero re non riuscì a sopportare il dolore e si uccise, chiedendo che sulla sua lapide fossero rappresentate due mani intorno a un cuore incoronato come simbolo del suo eterno amore per la contadina.
Due delle spiegazioni più celebri hanno a che fare entrambe, sebbene un secolo le separi, con membri della famiglia Joyce (o Ioyce), originaria di Galway. Alcuni modelli di Claddagh ring tuttora esistenti portano le iniziali “R. I.” oppure “R. J.” e, perciò, sono attribuiti a Richard Joyce/Ioyce.

La più antica leggenda, risalente al XVI secolo, racconta che il primo Claddagh Ring fu uno miracoloso e meritato regalo per Margaret Joyce. Domingo de Rona, un ricco mercante spagnolo i cui affari lo portavano spesso a Galway, incontrò Margaret in una delle sue visite nella cittadina irlandese e se ne innamorò, sposandola di lì a poco. Sfortunatamente, però, la loro felicità fu breve. Subito dopo il matrimonio Domingo morì e Margaret ereditò il suo enorme patrimonio. Nel 1596, la donna si risposò con Oliver Og French, il governatore di Galway. L’uomo non la sposò per la sua grande ricchezza, e ciò è dimostrato dal fatto che lasciò l’uso e l’amministrazione dei suoi beni totalmente nelle mani di lei, che, da parte sua, non sperperò il suo denaro, ma ne donò gran parte alla città per far costruire numerosi ponti. Un giorno un’aquila lasciò cadere sul grembo di Margaret Joyce un anello d’oro, il primo Claddagh Ring. Questo evento non fu ritenuto un evento fortuito, ma un vero e proprio dono divino, ricompensa alla sua generosità. L’anello sarebbe quindi caduto “dall’alto”, nel vero senso della parola.

Molto più realistica un'altra leggenda. Questa ci racconta come, durante la seconda metà del XVII secolo, un abitante di Galway, Richard Joyce, fu catturato dai pirati mentre era in viaggio per le Indie Occidentali. Questi lo vendettero come schiavo a un ricco orafo arabo, che gli insegnò il mestiere e lo fece diventare un eccellente cesellatore. Nel 1689, re William III d’Inghilterra ottenne il rilascio degli inglesi catturati, Joyce compreso. In tutti gli anni trascorsi insieme, l'orafo si era affezionato a Joyce e lo implorò di restare da lui, promettendogli la mano della figlia e metà del suo patrimonio. Richard, tuttavia, non si fece tentare, poiché non vedeva l’ora di tornare nel suo paese natale. Quindi portò con sé le conoscenze acquisite sull’arte orafa e, importantissima cosa, un'idea che gli era venuta in mente durante quegli anni: la creazione del Claddagh Ring. Secondo alcuni, egli creò il primo di questi anelli come simbolo di gratitudine nei confronti del re al quale doveva la sua libertà. Secondo altri, invece, ad una fanciulla di Galway che non aveva mai smesso di amarlo e di essergli fedele, in attesa del rientro del suo unico vero amore: lui le si presentò con il celebre Claddagh Ring d’oro, simbolo del loro amore duraturo (due mani a rappresentare l’amicizia, la corona a significare la loro lealtà e devozione, e il cuore a simboleggiare il loro reciproco amore eterno). I due si sposarono subito e non si separarono mai!

Da dove proviene ogni simbolo che forma il Claddagh Ring? Per scoprirlo bisogna andare molto indietro nel tempo, all’epoca degli dèi celtici. Dagda, il padre degli dèi, era un essere potente, con la capacità di far splendere il sole; secondo la leggenda la mano destra dell'anello appartiene proprio a lui. Anu (dea conosciuta poi come Danu), era l’antenata e madre universale dei Celti, ed è lei che sembra rappresentare la mano sinistra del Claddagh Ring. La corona rappresenta Beathauile (nome che significa "la vita intera"), che non sembra sia una persona o un dio, ma appare a rappresentare il principio vitale e la vita in sé. Infine il cuore rappresenta i cuori di ogni membro dell’umanità.
Un’altra interpretazione del significato dell’anello è strettamente collegata al trifoglio, uno dei più antichi simboli irlandesi. Questa interpretazione vuole che la corona sia il Padre, la mano sinistra il Figlio e la mano destra lo Spirito Santo, tutti concentrati sul cuore al centro, che simboleggia l’umanità.
Attraverso ogni simbolismo, comunque, un tema ricorre sempre, ovvero che l’anello simboleggia l'amore, la lealtà e l'amicizia ("Love, Loyalty, and Friendship" o, in gaelico, "Gra, Dilseacht agus Cairdeas").


martedì 31 ottobre 2006

''Tredesin de Marz'', una rozza pietra rotonda

Riporto un estratto di un articolo di Giorgio Fumagalli, scaricabile in formato .pdf (252 Kb) dal sito di Antikitera.net.

Il “Tredesin de Marz” è una pietra cara alla memoria dei Milanesi: fu tenuta in somma considerazione nell’antichità ed è stata poi custodita con grande amore, fino ai giorni nostri. Questa pietra rotonda, con tredici scanalature radiali e foro centrale, è oggi collocata al centro della navata, nella chiesa di S. Maria al Paradiso in Milano. Parte della sua storia è scritta in latino, sulla lapide di marmo bianco che la incornicia: “Il 13 marzo del 51° anno del Signore, S. Barnaba Apostolo nel mentre predicava ai Milanesi il Vangelo di Cristo, non lungi dalle mura di Via Marina, a Porta Orientale, in questa pietra rotonda piantò il vessillo della Croce”. Il fatto avvenne fuori della cinta della città, in un luogo dove la cultura latina non si era ancora imposta ed era ancora molto viva la tradizione locale, che si richiamava al patrimonio di conoscenze dei Celti.

L'Autore: Giorgio Fumagalli opera attivamente, per il recupero della memoria celtica:
- nel 1998 ha pubblicato, per “Quaderni Padani”, editi dalla Libera Compagnia Padana: “LA ROSA RIFIORITA, Storia romanzata della lotta dei Galli cisalpini”;
- collabora con quotidiani e riviste specializzate, proponendo articoli sulla storia dei Celti, spesso frutto di ricerche originali;
- da qualche anno organizza una circoambulazione denominata “BUON COMPLEANNO, MILANO”: si tiene in novembre, il primo giorno del calendario celtico, probabile data di fondazione di Milano; il giro si snoda attorno al sito dove sorse il primo nucleo della città.

mercoledì 15 marzo 2006

La grande magia di un simbolo

triskCerte immagini si commentano da sole... Che magia!
Ho trovato questa bellissima foto su http://crazymary78.splinder.com , in testa a un post sul triskell che ricalca per filo e per segno quello che ho pubblicato io venerdì 11 giugno 2004 su http://rici86.splinder.com/post/2309329: ciò mi lusinga, significa che è piaciuto!
L'immagine è stupenda, mostra tutta la magia una cultura tanto lontana nel tempo eppure così vicina ai nostri cuori... Unico...

venerdì 11 giugno 2004

Il triskell: l'archetipo del numero 3 nel mondo celtico

Il triskell è un simbolo celtico molteplice, magico e druidico. Il suo nome deriva dal greco tris (tre) + keles (gambe), è anche il simbolo ufficiale della Britannia, e il fatto che il simbolo dell'Irlanda sia un trifoglio non è per niente casuale.
I suoi tre riccioli, meglio detti volute, sono crescenti da sinistra verso destra, come il sole, nonostante la rappresentazione comune le voglia tutte uguali.
Il suo simbolismo è vario: fondamentalmente, rappresenta la ciclicità cosmica, riproducendo graficamente le tre fasi solari alba-mezzogliorno-tramonto, ma anche il passato-presente-futuro. È sopravvissuto anche dopo la cristianizzazione delle terre celtiche, divenendo simbolo della trinità: basta notare le forme trilobate delle finestre delle chiese gotiche, o le finestre di vetro piombato medievali che talvolta mostrano tre lepri che si rincorrono e le cui orecchie formano al centro un triangolo.
Altri simboli possono esssere le tre età dell'uomo infanzia-maturità-vecchiaia [Digressione: avete presente l'indovinello della Sfinge di Tebe a Edipo? Qual è quell'animale che la mattina cammina su quattro zampe, il pomeriggio su due e la sera su tre? È l'uomo, che da giovane gattona (la mattina su quattro zampe), da adulto cammina eretto (il pomeriggio su due) e da vecchio si sorregge sul bastone (la sera su tre). Non sembra ricollegabile? Pensate che è comparso per la prima volta in una tragedia greca del V secolo a.c., "Edipo Re" di Eschilo], le tre nature della divinità umana-animale-vegetale, i tre aspetti della Dea madre-figlia-sorella, i tre elementi del mondo terra(=cinghiale)-acqua(=pesce)-aria(=drago), che con il loro movimento rappresentano il quarto elemento, il fuoco, normalmente riassunto nel cerchio che incornicia il triskell.
La Trinacria Siciliana, il simbolo della città di Agrigento, ricorda molto da vicino un triskell, rappresentando tre uomini in ginocchio, con particolare rilievo sulle tre gambe, che riproducono le tre volute: dopo tutto, anche nello stesso nome è racchiuso il significato di “gamba”. Gambe corazzate, disposte in questa combinazione, formano anche l'emblema dell'Isola di Man, con il motto stabit quocumque ieceris (=tornerà in piedi dovunque lo si getti). Anche lo stemma di Fuessen, in Baviera, mostra un treppiede.
Si possono poi aggiungere tutte le svariate valenze che il numero 3, numero perfetto per eccellenza, ha assunto nelle culture di tutto il mondo, non ultima la trinità cristiana, i tre aspetti della dea Morrigan celtica (Badb, Macha, Morrigan), le tre Grazie, le tre Parche greche, con il loro corrispettivo germanico delle Norne, la Trimurti indù, le tre Erinni o le tre Eumenidi della mitologia greca, le nove Muse, che sono tre per tre, la divisione alchemica del mondo in corpus, anima et spiritus o sal, sulphur et mercurius.